• Concretezza e buon senso per la ripresa economica (il rapporto A.B.I. sui mutui)

    Analisi del rapporto dell’A.B.I.

    Abi– È appena uscito il rapporto mensile dell’ABI relativo a gennaio 2014. L’autorevole documento di sintesi dell’Associazione Bancaria Italiana interviene in un momento in cui le erogazioni del sistema bancario italiano sono in netta diminuzione, nonostante che si registri un considerevole aumento del numero delle domande di mutuo. L’incremento delle domande di mutuo non ha comportato quindi maggiori erogazioni e la dinamica dei finanziamenti è risultata in gennaio pari a -1,1% rispetto al mese di dicembre 2013.
    Unitamente alla circostanza che gli spread dei prodotti di mutuo si mantengono tuttora abbastanza alti, e mai inferiori al 2,5% nonostante la diminuzione del valore dell’Euribor, il rapporto A.B.I. fotografa una situazione in cui il processo di ripresa dell’economia del paese è ancora lontano.
    L’Associazione Bancaria Italiana mette in luce che l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati da tutte le banche operanti in Italia è a tutt’oggi (gennaio 2014) di 1.853,2 miliardi di euro, e cioè nettamente superiore all’ammontare complessivo della raccolta dalla clientela, che è di 1.717,8 miliardi di euro.
    Nel rappresentare come il sistema bancario abbia dato di più di quanto ricevuto dal paese, l’A.B.I. mette in luce l’aumento esponenziale della rischiosità dei prestiti in Italia. Le sofferenze nette sono risultate al 31.12.2013 pari a 80,4 miliardi, mentre le lorde a 155,9 miliardi. E cioè del 4,3% a dicembre 2013, del 4,08% a novembre 2013, e del 3,36% a dicembre 2012, contro lo 0,86% prima dell’inizio della crisi.
    Il totale degli affidati in sofferenza ha raggiunto complessivamente il numero di 1.000.205 di cui 1.015.369 con un importo unitario in sofferenza inferiore a 125.000 euro.
    I valori percentuali delle sofferenze per categorie sono del 14% per i piccoli operatori economici, il 13,3% per le imprese, e il 6,5% per le famiglie consumatrici.
    Peraltro la somma anzidetta di 1.717,8 miliardi di euro relativa all’ammontare complessivo della raccolta della clientela pur essendo in aumento di 25 miliardi di euro rispetto ai depositi del gennaio 2013 è compensata da una forte diminuzione della raccolta a medio e lungo termine tramite obbligazioni, che segna una diminuzione su base annua in valore assoluto di quasi 60 miliardi di euro, così penalizzando l’erogazione dei prestiti a medio e lungo termine e portando di fatto ad una diminuzione della raccolta complessiva (cioè depositi da clientela più obbligazioni) di oltre 33 miliardi di euro rispetto al gennaio 2013.
    La dinamica dei prestiti bancari a famiglie e imprese di cui si è detto prima è considerata dall’A.B.I. “sostanzialmente stabile”, nel senso che la diminuzione di gennaio 2014 è stata del – 3,9% contro il – 4% di dicembre 2013.
    Se proprio, perdonate l’ironia, vogliamo cercare nel rapporto A.B.I. un dato positivo lo troviamo nel fatto che la diminuzione del numero e del valore dei mutui erogati non è aumentata a fine gennaio 2014, confermandosi un trend di diminuzione stabile (ma sempre in diminuzione!).
    L’ABI difende altresì la sua politica dei tassi di interesse sui prestiti che in Italia vengono considerati dal sistema bancario “storicamente molto bassi”. Ciò perché il tasso medio sulle operazioni per l’acquisto di abitazioni è al 3,54% contro il 5,72% di fine 2007 (prima della crisi), mentre il tasso medio sul totale dei prestiti (comprensivo anche dei prestiti per le operazioni di finanziamento alle imprese) è risultato pari al 3,90%, contro il 6,18% di fine 2007.
    Il tasso di interesse praticato sui depositi (conti correnti, depositi e risparmio, e certificati di deposito) è diminuito collocandosi allo 0,94% contro lo 0,97% di dicembre 2013.

    Il sistema bancario nel quadro economico

    Non vogliamo certamente qui sostenere che le banche debbano distribuire una somma di danaro complessiva superiore alle loro disponibilità: il sistema bancario è un sistema economico, e gli azionisti delle banche hanno diritto al loro legittimo guadagno nell’utilizzo del loro danaro. Peraltro il crollo di una banca non porterebbe certo giovamento all’economia italiana perché lo sperpero della ricchezza causato da una situazione di sofferenza di un istituto bancario non può che ripercuotersi con effetti gravissimi sulla nostra economia. In questi giorni i quotidiani ci riferiscono di banche in gravi difficoltà, e gli stessi organismi internazionali ammoniscono continuamente l’Italia a porvi rimedio. La parola passa quindi al Governo che deve finalmente decidersi ad accettare la logica di mercato di un sistema globale all’interno del quale il nostro paese non può più sfuggire.

    La fine dei sistemi di tutela finanziari

    È finito il tempo in cui ci si poteva nascondere dietro politiche protezionistiche attraverso mezzi di tutela finanziari interni.
    Il Governo deve prendere atto, ma prima di tutto tutti gli italiani, che è necessario produrre maggiore ricchezza all’interno della penisola. La logica di mercato, superiore a qualsiasi ideologia richiede che le banche guadagnino, per poter svolgere la loro funzione di volano dell’economia.
    I principi economici che governano l’economia di tutto il mondo richiedono che l’imprenditore guadagni per poter essere invogliato ad aprire fabbriche, ad iniziare imprese, a produrre beni che costituiscono un aumento di ricchezza del nostro paese.
    L’Italia non ha miniere di diamanti, né giacimenti di petrolio, bensì solo la capacità e l’inventiva di noi tutti.
    La forsennata caccia all’evasione fiscale non è la strada giusta perché non potrà portare mai a dei frutti concreti e le roboanti cifre espresse dai giornali sono infinitesimali nei confronti del problema economico del paese. Se poi le cifre siano effettivamente vere, perché una cosa è proclamarle in una conferenza stampa, un’altra cosa è effettivamente riscuoterle.

    Solo le imprese ci possono salvare

    Se invece un imprenditore riesce, con la sua capacità, con il suo ingegno e con il suo coraggio a prendere un lingotto di ferro e a trasformarlo in una lavatrice, o comunque in un qualsiasi prodotto finito, ecco, è proprio lui che produce la ricchezza di cui abbiamo bisogno, e questi imprenditori vanno incoraggiati, tutelati, aiutati, protetti.
    Il principio, purtroppo ancora tanto diffuso nella nostra popolazione, e che si riflette nel governo, è che l’imprenditore italiano è pieno di soldi e che basta spremerlo un po’ per farglieli uscire fuori. Esso è un pregiudizio ideologico suicida che porta ad una sola conseguenza: chiusura delle aziende e delle imprese e fuga di chi può all’estero.
    Troppe volte si leggono sui giornali manifestazioni di sarcasmo sprezzante nei confronti degli imprenditori che trovano il loro spazio vitale all’estero (e, badate bene, non più solo in lontani territori asiatici, ma anche nelle nazioni nostre vicine come Francia e Germania). Brindano felici quando un imprenditore chiude la fabbrica in Italia e va a produrre all’estero o quando un imprenditore estero si guarda bene dallo scegliere il nostro paese per iniziare la sua attività, è dissennatezza. Non sono circostanze di cui dobbiamo gioire in base al principio che in Italia c’è uno sfruttatore in meno, perché quello che l’imprenditore è costretto a portare all’estero non sono solo pochi macchinari o qualche capannone, ma è il suo ingegno, la sua capacità, e quindi anche la nostra ricchezza.

    notaio Massimo d’Ambrosio – Pescara

    ricchezza e impresa

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    Concretezza e buon senso per la ripresa economica (il rapporto A.B.I. sui mutui) ultima modifica: 2014-03-20T20:10:30+00:00 da notaio



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