• Dei diritti e delle pene. Legalità e volontariato in carcere

    carcere volontariato notaio Massimo d'AmbrosioRelazione del Notaio Massimo d’Ambrosio al Convegno “Dei diritti e delle pene”, organizzato dal Ministero della Giustizia – Amministrazione penitenziaria – in Pescara il 9.12.2015 –  Di seguito la trascrizione dell’intervento e successivamente potrete vedere il filmato del discorso pronunciato dal notaio d’Ambrosio.

    L’Associazione Notai Cattolici

    Sono onorato per la vostra richiesta di portare brevemente il mio contributo a questo importante convegno e vi ringrazio di avermi dato questa possibilità.
    Io sono qui in una duplice veste, da un lato quello di delegato regionale dell’Associazione Nazionale Notai Cattolici che ha, tra i suoi progetti, anche quello di volontariato nelle carceri italiane per l’assistenza gratuita di carattere legale e notarile alla popolazione detenuta.
    Fin dalla sua costituzione l’Associazione Italiana Notai Cattolici ha messo in cantiere oltre alle iniziative culturali, scientifiche, notarili, anche i due progetti denominati “Notaio per la Parrocchia” e “Notaio per le carceri”. Quest’ultimo si va diffondendo in tutte le regioni ed è attivo in Abruzzo grazie ad un protocollo di intesa con il Provveditorato regionale d’Abruzzo ed in particolare con l’istituto di Pescara. In questa mia prima veste dunque non tanto quale notaio bensì quale notaio volontario nei confronti della popolazione ristretta.
    Nella seconda veste sono qui quale ex Magistrato di sorveglianza, che ha svolto le sue funzioni per diversi anni nelle carceri nella Corte d’Appello di Brescia, con competenza non solo per Brescia, ma anche per Bergamo, Mantova, Crema e altre case circondariali, ivi compreso l’Opg di Castiglione delle Stiviere.

    Ricordo del Presidente Giancarlo Zappa

    giancarlo zappa carcere bresciaCome prima cosa vorrei dedicare questo mio breve intervento al collega con cui ho condiviso i miei anni nella Magistratura di sorveglianza di Brescia, anzi, più che un collega, un maestro esemplare, scomparso prematuramente nel 2004.
    Mi riferisco a Giancarlo Zappa che fu primo Presidente del Tribunale di sorveglianza di Brescia, una personalità indimenticata e indimenticabile che profuse tutte le sue energie, competenze e umanità in campo legislativo (è stato autorevole componente nella Commissione che predispose la legge Gozzini), e giudiziario, nel suo ruolo di Presidente del Tribunale di sorveglianza, e nel volontariato.
    Prima di morire il Presidente Zappa disse “non voglio fiori, né cerimonie commemorative; se qualcuno intende fare un gesto da me apprezzato, aiuti concretamente il volontariato, come ho sempre cercato di fare io specie quello che si occupa degli ultimi”.
    Il Presidente Zappa spese tutta la sua vita nel mondo carcerario e, dopo il suo pensionamento dovuto alla grave malattia che lo colpì, continuò a promuovere iniziative volte al reinserimento dei detenuti anche con la sua associazione da lui fondata “Carcere e territorio“.
    “Il carcere – diceva in un’intervista all’Eco di Bergamo in occasione del convegno Carceri e giustizia della Caritas nel 2000 – è ancora il contenitore di una umanità emarginata, dove non alberga la speranza, ed è il luogo per costruire i nemici della società”.
    “Occorre la volontà di riconciliazione – ripeteva sempre – e serve una nuova cultura della giustizia”.
    Nel convegno tenutosi recentemente il 17.06.2015 dal titolo “Quarant’anni di ordinamento giudiziario” in cui venne inaugurata l’aula del Tribunale di sorveglianza della Corte di Appello di Brescia intitolandola “Al dottor Giancarlo Zappa”, tutti i presenti hanno ricordato la sensibilità del Presidente Zappa nel suo impegno costante a tutela dei diritti delle persone detenute.
    Scoprendo in quella occasione il suo busto nell’aula delle udienze, che d’ora in poi sorveglierà moralmente l’attività del Tribunale di sorveglianza di Brescia, sono state rivolte alla sua persona delle commoventi parole, a cui ora qui ho l’occasione di associarmi con affetto, con grato ricordo e con commossa partecipazione per tutte le sue doti di grande cultura, intelligenza e profonda spiritualità cristiana che ha voluto dedicare sia alla popolazione penitenziaria, sia anche al sottoscritto.
    Lo ricordo anche con una piccola punta di rimorso per tutte le volte che, specie all’inizio, il sottoscritto non è stato in grado di capire.
    Provenendo il sottoscritto da un’esperienza esclusivamente teorica e giuridica, oltretutto elaborata in un momento in cui gli unici istituti a cui il detenuto poteva aspirare erano solo la grazia e la liberazione condizionale, mantenevo quella cultura che ci insegnava che il carcere consisteva in un luogo di espiazione della pena, deputato alla punizione del colpevole e alla protezione della società.
    Giancarlo Zappa mi ha insegnato, giorno dopo giorno, a pensarla diversamente e, dapprima inorridito dalle sue teorie abolizioniste che richiedevano la chiusura di tutti gli istituti penitenziari di Italia, sia in quanto fattori criminogeni, sia in quanto portatori di una sofferenza giuridicamente e moralmente ingiusta, ho cominciato a rendermi conto, frequentando per la mia funzione i molteplici istituti della mia competenza territoriale, quanto di vero c’è, nei fatti, in questa teoria.

    Troppi innocenti in carcere

    Le opinioni del dottor Zappa mi sono state drammaticamente confermate in tutti i miei lunghi anni di magistratura.
    Troppe, troppe, sofferenze non previste dalla legge ho dovuto riscontrare nel sistema penitenziario italiano, e, principalmente troppi, troppi innocenti ho visto scontare delle pene ingiuste.
    Nella mia attività di Magistrato ho constatato che la giustizia umana è purtroppo fallace, e non mi riferisco solo a quella italiana, perché tutta la giustizia degli uomini ha un occhio cieco e l’altro turbato da disturbi visivi, per cui vede delitti dove sono solo nuvole e scambia rose fiorite per armi, o viceversa.
    Per non parlare poi di quei casi dolorosissimi in cui chi amministra la giustizia crea fumo e incertezza per interessi personali o politici, per invidia, per preconcetto, per caparbietà, per ignoranza, o per difendere a tutti i costi un proprio errore.
    Non sono in possesso delle statistiche aggiornate ma tutti noi sappiamo che è altissimo negli istituti penitenziari il numero di coloro che si trovano ristretti semplicemente in attesa di giudizio, per un uso disinvolto della custodia cautelare, ed è altissimo il numero, tra di essi, che una volta giudicati, vengono ritenuti innocenti. Ma anche tra quelli che vengono condannati, quanti sono quelli che si sono trovati semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato?

    L’insegnamento di Papa Francesco

    Anche il Santo Padre, nel discorso rivolto il 23.10.2014 all’Associazione Internazionale di Diritto Penale ha ricordato che “quando in forma abusiva si procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso la carcerazione preventiva costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di ogni patina di legalità”.
    “La carcerazione preventiva, secondo il Santo Padre, contribuisce al deterioramento ancora maggiore delle condizioni detentive, situazione che la costruzione di nuove carceri non riesce mai a risolvere, dal momento che ogni nuovo carcere esaurisce la sua capienza già prima di essere inaugurato”.
    “Nella mitologia, come nelle società primitive – continua sempre Papa Bergoglio – la folla scopre i poteri malefici delle sue vittime sacrificali, accusati delle disgrazie che colpiscono la comunità. Questa dinamica non è assente nemmeno nelle società moderne. La realtà mostra che l’esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti”.
    Ed il secondo problema, aperto dal Santo Padre, è proprio questo, oltre all’uso eccessivo della custodia cautelare, e cioè che ci troviamo di fronte a troppe situazioni nelle quali il condannato in via definitiva non ha potuto essere giudicato con la necessaria serenità di spirito, perché si è trovato in quelle condizioni sociali e politiche, o semplicemente casuali, da essere individuato socialmente come vittima sacrificale. Il Santo Padre ha proseguito sottolineando che “non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate che concentrano in se stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di questa immagine – prosegue il Santo Padre – sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste”.

    I diritti dei detenuti

    Le parole del Santo Padre riecheggiano quelle dell’indimenticato Presidente Giancarlo Zappa, fatte proprie anche dall’Associazione Notai Cattolici, che è unita strettamente all’impostazione forte e coraggiosa di Papa Francesco, e comportano una inevitabile conseguenza logica.
    E cioè che nessuna pena deve essere inflitta al detenuto al di fuori di quella strettamente prevista dalla legge.
    Il principio è chiaro, e si fonda anche sull’art.2 della Costituzione che riconosce e garantisce “i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità”.
    E il rilievo costituzionale della dignità della persona umana impedisce di considerare il carcere come luogo in cui vige un regime diverso rispetto alle garanzie fondamentali assicurate dallo Stato.
    Purtroppo le esigenze pratiche, amministrative, burocratiche, della esecuzione della pena impediscono, di fatto, l’estrinsecazione dei principi raccomandati altresì in numerose risoluzioni del Consiglio d’Europa, nelle regole penitenziarie europee, e in moltissime sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che dettano le norme per gli Stati membri in materia di privazione di libertà.
    Ricordo qui il diritto alle relazioni familiari ed affettive peraltro previsto dall’art.28 della legge 26 luglio 1975 n.354, che raccomanda “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie”.
    Il diritto alla salute inalienabile di ogni persona sancito dalla nostra Costituzione all’art.32, che nel caso dei detenuti, nonostante l’istituzione del servizio sanitario nazionale, è rimasta una competenza speciale del Ministero della Giustizia ritenendosi che sussista, a causa delle esigenze di sicurezza, una legittima specialità dell’assistenza sanitaria in carcere.
    Il diritto allo studio che è previsto dal regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario come “elemento di trattamento” e cioè come opportunità di rieducazione della persona detenuta, ma non come diritto, in contrasto con l’art.34 della Costituzione che afferma al I comma che “la scuola è aperta a tutti”.
    Il diritto al culto che l’art.26 dell’ordinamento penitenziario riconosce ai detenuti.
    Il diritto ad una alimentazione sana e adeguata alle proprie condizioni con l’acquisto, a proprie spese di generi alimentari e di conforto ulteriori ricevendo anche dall’esterno merci in pacchi.
    E così via.
    Si tratta di diritti che spesso rimangono sulla carta a causa delle superiori esigenze di sicurezza, ed a volte il detenuto ha difficoltà anche per elementari esigenze di salute.
    Ecco perché mi spingo a dire che non c’è legge, non c’è giustizia senza una consapevolezza culturale e una capacità umana che si renda conto che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva (art.27 Cost. comma 2)” e che “le pene non possono consistere a trattamenti contrari al senso di umanità che devono tendere alla rieducazione del condannato (art.27 Cost comma 3).

    L’assetto normativo statale

    notaio d'Ambrosio carcere arrestoMolte le disposizioni normative del nostro paese, e ricordo qui non solo la legge Gozzini, ma anche il nuovo ordinamento del corpo di Polizia Penitenziaria n.395/1990, e la legge Simeoni-Saraceni del 1998 che obbligano a concludere però che riformare non è scrivere una legge, ma costruire giorno dopo giorno, magari dopo l’emanazione della legge, una realtà nuova che rimuova e sostituisca quella esistente.

    In realtà lo Stato ha recentemente cercato di fare qualcosa di più delle mere disposizioni legislative in questo senso, attraverso l’istituzione del garante dei detenuti. Una specie di difensore civico dei detenuti operante nelle carceri.
    Il garante dovrebbe occuparsi dei detenuti e del loro rapporto col sistema carcerario in modo da renderlo, dove è possibile, più vivibile e tollerabile, contribuendo alla salvaguardia dei loro diritti fondamentali, e operando per la risoluzione dei conflitti in una logica secondo i canoni della mediazione.
    Istituzione lodevolissima e pregevolissima, ma che si colloca pur sempre, a mio avviso, in un’ottica di carattere burocratico e formale, mentre c’è bisogno, a mio avviso, di un’opera quotidiana di carattere umano e morale.
    Le stesse vicende che in questo momento stanno accompagnando la nomina del garante dei detenuti per l’Abruzzo non possono non suscitare perplessità e gettare un’ombra sulla nuova figura.
    Lungi da me ovviamente entrare nella questione, ma è certo che se la nomina del garante dei detenuti si profila fin dall’inizio come un affare di carattere burocratico e politico non potrà che mantenere, una volta risolto il problema contingente, una caratteristica burocratica e politica che non è quella che, a mio avviso, necessita la popolazione carceraria.

    L’importanza del volontariato

    Ecco l’importanza essenziale e insostituibile del volontariato!

    Il volontariato penitenziario è quello che, a mio avviso, consente maggiormente la realizzazione dei diritti dei detenuti attraverso una continua, quotidiana assistenza umana, morale, e pratica per le mille esigenze pratiche che ognuno di noi ha nella nostra vita e che si moltiplicano nella situazione di ristrettezza carceraria.
    Volontariato realizzato da persone singole, o costituite in associazioni, attuato da gruppi di associazioni coordinati in organizzazioni più ampie ai sensi dell’artt.17, 18 e 78 dell’ordinamento penitenziario.
    La brevità necessaria di questo mio intervento non mi consente di esaminare il quadro normativo del volontariato penitenziario, della partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa, e neppure di tratteggiare un benchè minimo quadro della meritevole e pregevole attività dei volontari.
    Ho ricordato, en passant, all’inizio di questo mio intervento, l’Associazione Carcere e Territorio di Brescia fondata dal Presidente Zappa, ma la realtà è immensa, e si basa sulla generosità di moltissime persone.
    Non a caso il “visitare i carcerati” è ancor oggi una delle principali opere di misericordia corporale, e permette di annodare i fili tra carcere e territorio grazie all’impegno dei volontari che trascorrono il loro tempo nelle carceri in rapporto fraterno con i detenuti. I volontari esprimono non solo concetti di giustizia e di legalità, ma anche di carità e compassione, diffondendo altresì all’esterno, nella comunità civile, l’attenzione verso il mondo del carcere e la realtà dei detenuti, contribuendo con la propria voce a diffondere informazioni, a denunciare ingiustizie e violazione dei diritti, tenendo desta l’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico.

    L’insegnamento del Santo Padre Giovanni Paolo II

    carcere giovanni paolo È nostro Signore stesso che ci ricorda come ogni carcerato sia un fratello con cui essere solidale laddove afferma “ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25,36).
    Per i volontari la loro opera significa proprio questo: “ogni qualvolta avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo25,40).
    Mi permetto quindi di chiudere questo mio breve intervento con le parole del Santo Padre Giovanni Paolo II rese nel palazzo pontificio di Castel Gandolfo il 18.09.1990:
    “incontrate ogni giorno uomini sottoposti a dure prove, che rischiano di perdere la fiducia in se stessi e nella società. A loro offrite, con il confronto dell’amicizia la speranza cristiana che scaturisce dall’abbandono nell’amore infinito di Dio. Ad essi annunciate il Vangelo di Cristo e la libertà che Egli è venuto a portare per far cadere le sbarre umane dell’insicurezza, della paura e della emarginazione”.
    Il Santo Padre rammentò ancora che “occorre che i cristiani siano disposti ad accogliere il detenuto quando, scontata la pena, egli ritorna in libertà, facendosi carico del suo effettivo reinserimento nella società e sostenendolo con opportune iniziative”.
    “Certo – proseguì il Santo Padre – non ci può essere misericordia a scapito della verità e della giustizia, tuttavia la strada dell’amore e del perdono è la più evangelica poiché ci accomuna in Cristo, che ha redento l’umanità, sacrificando se stesso sulla Croce e distruggendo in se stesso l’inimicizia” (F. 2,16).

    notaio Massimo d’Ambrosio

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    Dei diritti e delle pene. Legalità e volontariato in carcere ultima modifica: 2015-12-10T09:30:54+00:00 da notaio



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