• Cosa spetta dopo la mia morte al mio ex coniuge divorziato?

    divorzioLa successione legittima

    Quando una persona muore senza lasciare testamento si apre la c.d. successione legittima. L’eredità si devolve, secondo un ordine e con quote ben prestabilite, al coniuge, ai discendenti (ossia i figli), agli ascendenti (ossia i genitori), ai collaterali (ossia i fratelli e sorelle), agli altri parenti (detti successibili o eredi legittimi) e allo Stato. Il primo soggetto che viene dunque in considerazione è il coniuge del defunto al quale spetta: – la metà del patrimonio se concorre con un solo figlio (l’altra metà spetta al figlio); – 1/3 del patrimonio se i figli sono più di uno (gli altri 2/3 spettano in parti uguali ai figli); – 2/3 dell’eredità se non ci sono figli ma ascendenti legittimi, fratelli o sorelle (l’altro 1/3 va suddiviso tra i genitori ed i fratelli e sorelle); – tutta l’eredità se non ci sono figli, nè ascendenti, nè fratelli e sorelle.

    La successione necessaria

    Se invece una persona muore lasciando testamento si apre la successione testamentaria secondo le disposizioni dettate dal defunto. La legge tuttavia riserva comunque a favore di determinati soggetti, detti eredi legittimari (coniuge, figli e ascendenti del defunto), una quota di eredità detta “quota di legittima” della quale non possono essere privati. La quota di legittima riservata a favore del coniuge è: – la metà del patrimonio se il defunto non lascia figli; – 1/3 del patrimonio se con il coniuge concorre un solo figlio; – 1/4 del patrimonio se i figli sono più di uno. Al coniuge non separato, anche quando concorra con altri chiamati, oltre alla quota di eredità, sono comunque riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui beni mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Quindi se il coniuge ritiene di essere stato privato o semplicemente leso della sua quota di legittima (secondo lo schema sopra esposto) per effetto di una o più donazioni effettuate in vita dal defunto a favore di altri soggetti (che siano o non siano altri legittimari) o dalle disposizioni testamentarie, può far valere il proprio diritto (in via giudiziale) all’ottenimento dell’intera quota di legittima a lui spettante e fino alla reintegrazione della stessa.

    I diritti del coniuge separato

    Nel caso di separazione tra i coniugi, al coniuge (separato, non divorziato) cui non è stata addebitata la separazione con sentenza definitiva, spettano gli stessi diritti successori del coniuge non separato. Al coniuge cui invece è stata addebitata la separazione con sentenza definitiva spetta solo un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del defunto. L’assegno è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli altri eredi legittimi e non può comunque essere superiore a quella della prestazione alimentare goduta. Stessa disposizione si applica quando la separazione è stata addebitata ad entrambi. Malgrado la separazione, il coniuge superstite ha diritto alla pensione di reversibilità, al trattamento di fine rapporto (TFR) ed alla indennità di mancato preavviso.

    I diritti del coniuge divorziato

    Cosa ben diversa dalla separazione è il divorzio che produce l’effetto di sciogliere definitivamente il vincolo matrimoniale con la conseguente cessazione di tutti gli effetti civili nascenti dal matrimonio compresa la perdita dei diritti successori. Se tuttavia la sentenza di divorzio aveva a suo tempo riconosciuto a un coniuge il diritto all’assegno di mantenimento, ed il coniuge superstite versi in stato di bisogno, il tribunale, dopo il decesso, può attribuire un assegno periodico a carico dell’eredità tenendo conto dell’importo di quelle somme, della entità del bisogno, dell’eventuale pensione di reversibilità, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. Su accordo delle parti la corresponsione dell’assegno può avvenire anche in unica soluzione. Quindi l’assegno non spetta se gli obblighi patrimoniali sono stati soddisfatti in unica soluzione. In ogni caso il diritto all’assegno si estingue se il coniuge superstite passa a nuove nozze o viene meno il suo stato di bisogno. Qualora risorga lo stato di bisogno l’assegno può essere nuovamente attribuito. Alle stesse condizione (diritto all’assegno di mantenimento e stato di bisogno purchè non abbia contratto nuove nozze), all’ex coniuge superstite spetta anche la pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto (o una sua quota), e il diritto al trattamento di fine rapporto (TFR) (o una sua quota) maturato prima che sia stata pronunciata la sentenza di divorzio. Pertanto qualora l’ex coniuge defunto fosse stato obbligato, in vita, a versare l’assegno di mantenimento mensile, a favore dell’altro coniuge, gli eredi dovranno continuare ad ottemperare a tale obbligo! Ma per nessun motivo al mondo, l’ex coniuge superstite potrà vantare diritti ereditari sugli immobili acquisiti dal coniuge defunto dopo il divorzio, nè su quelli acquistati prima del divorzio e non assegnati al coniuge superstite con la sentenza di divorzio.

    Diritti sulla casa coniugale eventualmente assegnata

    In caso di separazione o di divorzio il Giudice può adottare anche provvedimenti circa l’assegnazione della casa coniugale (o familiare). Il provvedimento è volto ad assicurare al residuo nucleo familiare (coniuge affidatario e eventuali figli) la conservazione dello stesso ambiente di vita domestica goduto in costanza di matrimonio. E’ proprio sull’assegnazione della casa coniugale che le separazioni tra coniugi sfociano in vere e proprie guerre giudiziarie. Insieme all’affidamento dei figli l’assegnazione della casa coniugale diviene, pertanto, il vero “pomo della discordia” nell’ambito delle separazioni e dei divorzi. L’assegnazione della casa coniugale spetta, prevalentemente, al genitore presso il quale vengono collocati i figli. L’assegnazione della casa coniugale non rappresenta infatti una componente delle obbligazioni patrimoniali conseguenti alla separazione o al divorzio o un modo per realizzare il mantenimento del coniuge più debole ma in via prioritaria un provvedimento diretto alla tutela dei figli minorenni o maggiorenni conviventi e non autosufficienti affinché questi possano continuare a vivere nell’ambiente domestico e nell’habitat in cui sono cresciuti e cioè il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si è fino a quel momento espressa e articolata la vita familiare. La norma contempla esclusivamente il criterio primario che deve ispirare l’organo giudicante al momento dell’emissione del provvedimento di assegnazione (ossia la presenza di figli minori o maggiori non autosufficienti) ma non indica quali sono i criteri secondari sulla base dei quali deve essere orientata la scelta in caso di assenza di prole. Tale omissione, forse scientemente voluta dal legislatore, lascia ovviamente alle Corti di merito un vasto margine di discrezionalità relativamente all’assegnazione della casa coniugale. Qualora non vi sono figli conviventi il Giudice nel valutare a quale dei coniugi assegnare la casa coniugale, deve comunque necessariamente valutare l’esistenza di diritti e titoli sull’immobile in capo ai coniugi. Se uno dei coniugi risulti essere proprietario esclusivo dell’immobile, la scelta del giudice sarà presumibilmente orientata verso l’assegnazione della casa al coniuge proprietario o che vanta sull’immobile un diritto reale di godimento esclusivo. Nell’ipotesi in cui la casa familiare appartenga ad entrambi i coniugi, manchino figli minorenni o figli maggiorenni non autosufficienti conviventi con uno dei genitori, ed entrambi i coniugi rivendichino il godimento esclusivo della casa coniugale, l’esercizio del potere discrezionale del giudice non può trovare altra giustificazione se non quella di, in presenza di una sostanziale parità di diritti, favorire quello dei coniugi che non abbia adeguati redditi propri, al fine di consentirgli la conservazione di un tenore di vita corrispondente a quello di cui godeva in costanza di matrimonio: da ciò consegue che, laddove entrambi i coniugi comproprietari della casa familiare abbiano adeguati redditi propri, il giudice dovrà respingere le domande contrapposte di assegnazione del godimento esclusivo, lasciandone la disciplina agli accordi tra i comproprietari, i quali, ove non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, restano liberi di chiedere la divisione dell’immobile e lo scioglimento della comunione. Ciò sta a significare che l’assegnazione della casa coniugale cointestata, in presenza di un disequilibrio economico tra le parti, avrà come fine quello di riequilibrare le rispettive posizioni economiche, ma nel caso in cui non vi sia un coniuge economicamente più debole, e non vi siano figli minorenni o maggiorenni conviventi, non esisterà alcun criterio per poter disporre l’assegnazione ad un coniuge piuttosto che ad un altro e questo perché non vi è alcuna prevalenza di un diritto dell’uno su quello dell’altro bensì una condizione di esatta equivalenza tra i diritti in questione; entrambi i coniugi infatti risultano titolari di un diritto costituzionalmente garantito quale il diritto di proprietà e nessuno dei due si trova in una situazione di svantaggio economico tale da determinare in capo al soggetto più debole il sorgere di un diritto al mantenimento. La maggioranza dei giudici qualifica il diritto all’assegnazione della casa coniugale come un diritto personale di godimento atipico in quanto non previsto esplicitamente dall’ordinamento. A tutela dell’assegnatario è previsto espressamente che il provvedimento di assegnazione è suscettibile di trascrizione nei registri immobiliari della Conservatoria (per renderlo opponibile a eventuali terzi che dovessero acquistare diritti sull’immobile). L’assegnazione della casa coniugale non attribuisce all’assegnatario alcun diritto reale, non priva quindi il proprietario della proprietà dell’immobile ma solo del godimento (a meno che nel provvedimento del giudice non sia stato previsto anche il trasferimento della proprietà). Il coniuge proprietario può sempre chiedere la revoca del provvedimento ed il rilascio della casa essendo venuti meno i presupposti dell’assegnazione e, cioè per essere i figli divenuti maggiorenni ed autonomi e quindi mancando il diritto a permanere nell’alloggio di proprietà dell’altro. Il diritto di godimento della casa familiare in capo al genitore affidatario viene meno anche quando l’assegnatario non abita o cessa di abitare stabilmente nella casa coniugale o conviva o contragga nuovo matrimonio. In ogni caso la revoca non è automatica ma bisogna sempre adire il Giudice per ottenere una pronuncia in merito. Pertanto l’ex coniuge superstite al quale è stata (eventualmente già) assegnata la casa coniugale dal giudice potrà continuare a vantare solo un diritto di godimento sulla stessa, ma non i diritti reali quali la proprietà e solo finchè permangono tutte le condizioni che a suo tempo hanno dato luogo al provvedimento di assegnazione. La proprietà della casa quindi si trasmetterà agli eredi del coniuge defunto secondo le regole della successione legittima o testamentaria, eventualmente gravata dal diritto di godimento a favore dell’ex coniuge.

    Il diritto alla pensione di reversibilità e al TFR del coniuge separato e divorziato

    Osserviamo, innanzi tutto, a differenza di quanto avviene nel divorzio, che in caso di separazione la pensione di reversibilità ed il TFR è sempre dovuta al coniuge superstite, anche se la separazione sia stata a lui addebitata.

    Di contro, nel divorzio i requisiti per rivendicare il diritto alla reversibilità e al TFR sono i seguenti:
    a) Essere titolare di assegno divorzile;
    b) Non essere passato a nuove nozze;
    c) Inizio del rapporto di lavoro da cui consegue il trattamento pensionistico o di fine rapporto, precedente alla sentenza di divorzio.

    Sono sostanzialmente previste due ipotesi: l’una in cui l’ex coniuge defunto non si sia risposato, l’altro in cui si sia risposato e vi sia un altro o più coniugi successivi.
    Nel primo caso il coniuge divorziato, avrà diritto all’intero trattamento pensionistico e TFR, solo se in possesso dei requisiti di cui sopra (a) (b) (c).
    La seconda situazione, più complessa, è quella in cui vi sia un altro successivo coniuge avente diritto anch’esso alla reversibilità ed al TFR. In questa ipotesi il beneficiario divorziato – sempre se ricorrano i tre requisiti sopra descritti –  dovrà rivolgersi necessariamente al Tribunale per la determinazione della propria quota. Il Tribunale provvederà ad assegnare al coniuge divorziato una quota della pensione e delle altre indennità ed un’altra quota al coniuge di seconde nozze, tenuto conto della durata del rispettivo rapporto matrimoniale, dell’ammontare dell’assegno goduto dal coniuge divorziato prima del decesso dell’ex coniuge, delle condizioni economiche di tutti gli eredi e l’eventuale esistenza di un periodo di convivenza prematrimoniale del secondo coniuge.

    notaio Massimo d’Ambrosio – Pescara

    figli

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    Cosa spetta dopo la mia morte al mio ex coniuge divorziato? ultima modifica: 2015-06-24T22:39:43+00:00 da notaio



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    28 Commenti su “Cosa spetta dopo la mia morte al mio ex coniuge divorziato?

    • SIMONETTA ha detto:

      Al coniuge superstite con un reddito abbastanza elevato può essere annullato l’assegno di reversibilità ?

      • notaio ha detto:

        Ho ricevuto tre quesiti identici contemporaneamente. Uno di dalpalu@tin.it l’ho cancellato perchè proveniente dalla stessa mail. Rispondo ora a lei e all’altro in maniera identica. Ebbene, qualora il soggetto titolare di una pensione di reversibilità possieda anche altri redditi, si applicano delle riduzioni all’importo ad esso spettante. Questo, però, soltanto se vengono superate delle specifiche soglie. Di norma, al coniuge superstite spetta il 60% della pensione percepita dal defunto. La riduzione alla pensione di reversibilità viene applicata al coniuge superstite qualora i rispettivi redditi eccedano la soglia di 3 volte il trattamento minimo INPS. Tale riduzione viene applicata in forma percentuale, in aumento con l’aumentare del reddito del coniuge, sulla base delle soglie di riduzione stabilite dall’articolo 1, comma 41 della legge 335/1995 (la cosiddetta Legge Dini).

    • Renata ha detto:

      Al coniuge superstite con un reddito elevato può essere annullato l’assegno di reversibilità ?

      • notaio ha detto:

        Ho ricevuto tre quesiti identici contemporaneamente. Uno di dalpalu@tin.it l’ho cancellato perchè proveniente dalla stessa mail. Rispondo ora a lei e all’altro in maniera identica. Ebbene, qualora il soggetto titolare di una pensione di reversibilità possieda anche altri redditi, si applicano delle riduzioni all’importo ad esso spettante. Questo, però, soltanto se vengono superate delle specifiche soglie. Di norma, al coniuge superstite spetta il 60% della pensione percepita dal defunto. La riduzione alla pensione di reversibilità viene applicata al coniuge superstite qualora i rispettivi redditi eccedano la soglia di 3 volte il trattamento minimo INPS. Tale riduzione viene applicata in forma percentuale, in aumento con l’aumentare del reddito del coniuge, sulla base delle soglie di riduzione stabilite dall’articolo 1, comma 41 della legge 335/1995 (la cosiddetta Legge Dini).

    • Renata ha detto:

      Mi scusi, non mi sono espressa correttamente il quesito è: in presenza di un coniuge superstite a basso reddito, al coniuge divorziato con reddito elevato può essere dal Giudice eliminato totalmente l’assegno di reversibilità ? Già sappiamo che l’INPS attua la riduzione del 50% per redditi al di sopra dei 32mila euro. Ma in questo caso il reddito è superiore ai 100mila euro.

      • notaio ha detto:

        Quindi se ho capito bene c’è un primo coniuge divorziato con reddito elevato che percepisce l’assegno di reversibilità (parte) ed un secondo coniuge con basso reddito che pure percepisce l’assegno di reversibilità (parte). Se così è in questi casi potete sicuramente fare istanza al giudice per ridefinire le quote degli assegni e/o annullare totalmente l’assegno al primo coniuge.

    • ketti ha detto:

      Buonasera i miei genitori sono divorziati.mio padre è deceduto da poco ed io sono unica erede dell appartamento di mio padre.poiché voglio procedere alla rinuncia, mia madre seppure divorziata rischia di trovarsi erede ? Anche lei dovrebbe fare la rinuncia oppure dopo di me subentrano i fratelli e la madre di mio padre ancorain vita?grazie infinite

      • notaio ha detto:

        Nel mio scritto ho esposto chiaramente che il coniuge divorziato non è erede. Veda l’ultimo paragrafo. Dopo la sua rinuncia saranno chiamati alla eredità i suoi figli per rappresentazione, se ne ha, e successivamente gli altri eredi secondo il prospetto che ho pubblicato sul mio blog.

    • Giuseppe ha detto:

      Buongiorno dott. Dambrosio, mi complimento per il Suo blog che affronta con intelligente semplicità argomenti complessi, haime di vita quotidiana che nel bene e nel male in pochi si sottraggono; detto questo vorrei porle un quesito:
      Sono proprietario di due appartamenti donatemi da i miei genitori, di cui uno con attuale ed effettiva residenza.
      Mia moglie è preoccupata che un domani i Nostri due figli possano estromettrela dall’eredità ed anche dall’appartamento in cui viviamo.
      E’ legittima questa Sua paura, nel caso, per poterla tutelare, al fine di poter rimanere nell’abitazione di residenza vita naural duerante, cosa potrei fare che, comunque , non sia una donazione. La ringrazio.

    • paolo_a ha detto:

      Salve,
      avrei un dubbio in merito al seguente passaggio presente nel testo di questa pagina web:

      “Al coniuge cui invece è stata addebitata la separazione con sentenza definitiva spetta solo un assegno vitalizio se al momento dell’apertura della successione godeva degli alimenti a carico del defunto.”

      Ho un parente diretto, con una eta’ piuttosto avanzata, sposato e senza figli, che ha avviato l’iter di separazione, ha gia’ avuto una sentenza parziale che lo ha autiorizzato a vivere separato senza dover corrispondere alcunche’ alla moglie ed e’ in attesa della sentenza “definitiva” di separazione.
      Ho messo tra virgolette il termine definitiva perche’ ho un un dubbio riguardo a cosa lei volesse intendere con definitiva.
      E’ la sentenza finale del primo grado di giudizio o bisogna aspettare l’eventuale iter dei successivi gradi di giudizio (Appello e Cassazione) qualora ci fossero?

      Preciso ulteriormente la questione con una domanda piu’ circostanziata.
      Qualora la sentenza di separazione del primo grado di giudizio riconoscesse l’addebito alla moglie, se quest’ultima ricorre in Appello (allungando ulteriormente i tempi del giudizio) ed il marito cessa di vivere prima che arrivi la sentenza di Appello cosa accade circa i diritti sussessori della moglie?
      E’ comunque valida la sentenza di primo grado che le ha dato l’addebito, per cui perde tutti i diritti successori (salvo quelli sopra citati) oppure essendo l’iter gidiziario in corso continua a goderne appieno?

      La ringrazio anticipatamente.

    • VM ha detto:

      Se al decesso di un coniuge divorziato ci sono due figli minori, tutti i beni andranno in eredità ai figli. Ma il coniuge superstite avrà diritto ad usufruire almeno della casa del defunto andando ad abitarci con i figli. Sarebbe stato possibile invece fare un testamento per lasciare ad altri parenti (ad esempio un fratello del coniuge defunto) l’utilizzo dei beni fino al compimento della maggiore età dei figli? In pratica cosa si può fare per non lasciare al coniuge superstite l’utilizzo dei beni del coniuge defunto? La ringrazio.

      • notaio ha detto:

        Ai genitori di minori di età spetta per legge l’usufrutto legale sui beni dei figli fino al raggiungimento della maggiore età degli stessi. Si può anche disporre per testamento che i genitori esercenti la potestà o uno di essi non ne abbiano l’usufrutto, ma la disposizione non ha effetto per i beni spettanti ai figli a titolo di legittima.

    • avvocato1981 ha detto:

      E’ deceduta una signora in amministrazione di sostegno cui spettava l’assegno di mantenimento da parte del coniuge separato con addebito il quale ha sempre provveduto a versare il suddetto assegno. In corso di amministrazione di sostegno il Giudice Tutelare aveva disposto un’integrazione economica che non è mai stata corrisposta.
      Alla morte dell’amministrata l’erede ha richiesto le somme suddette non versate per il periodo relativo all’amministrazione di sostegno. Sono dovute tali somme da parte degli eredi? Grazie

      • notaio ha detto:

        Si, gli eredi dell’amministrata hanno sicuramente diritto a tali somme che possono richiedere all’obbligato che non ha pagato, in quanto trattasi di un credito vantato dalla defunta che, come tale, si trasmette agli eredi.

    • tiger ha detto:

      Salve,
      e’ da poco deceduto mio zio, separato (ma non divorziato) senza figli che ha lasciato un testamento (che ho gia’ provveduto a far pubblicare presso un notaio) in cui mi nomina suo unico erede per tutti i suoi beni.
      La moglie e’ disposta ad accettare queste disposizioni, almeno per la parte riguardante gli immobili.
      Si pone adesso per me un problema pratico per procedere con la successione e la vendita degli immobili, in quanto io ho ovviamente bisogno che la signora metta nero su bianco la sua accettazione e vorrei evitare il ricorso ad avvocati per evitare di “urtare” la sua sensibilita’ e portarla magari ad irrigidire le sue posizioni.

      Mi hanno parlato della possibilita’ di andare dal notaio ove la signora potrebbe fare un atto di “acquiescienza delle disposizioni testamentarie” con il quale dovrebbe essere possibile mettere a posto tale situazione.

      Ho cercato sul web un po’ di informazioni in merito ed ho trovato pareri un po’ discordanti, per cui avrei alcuni quesiti da porle:
      1. E’ sufficiente fare un atto di acquiescenza oppure serve poi comunque un atto di rinuncia all’azione di riduzione?
      2. Secondo il suo parere/esperienza e’ una strada percorribile o comunque e’ necessario/preferibile stipulare degli accordi presso un avvocato?

      Grazie in anticipo.
      Cordiali Saluti.

      • notaio ha detto:

        L’istituto dell’acquiescenza alle disposizioni testamentarie non è previsto nel nostro codice civile ma solo nel codice di procedura civile e non in materia successoria. Non esiste quindi una definizione civilistica ma solo processual-civilistica. Per quanto concerne la trasposizione di tale concetto in ambito di diritto delle successioni, viene comunemente intesa come atto di rinuncia di un legittimario leso o pretermesso a qualsiasi opposizione a quanto presente nel testamento del de cuius, tra cui l’azione di riduzione. Ormai dottrina e giurisprudenza affermano unanimemente che l’acquiescenza determini anche rinunzia all’azione di riduzione. In ogni caso è opportuno, in assenza di una espressa norma al riguardo e considerato che gli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali possono anche cambiare, che gli eredi chiamati o pretermessi riconoscono validità al testamento (acquiescenza) e al tempo stesso rinunziano ad eventuali azioni di riduzione ad essi spettanti. Per poter trascrivere l’atto di rinuncia all’azione di riduzione è necessario rivolgersi ad un notaio.

    • tiger ha detto:

      La ringrazio nuovamente per la sua replica.
      Vorrei, se posso, chiedere alcune precisazioni aggiuntive.
      Ho ben chiari i concetti di acquiescenza e rinunzia all’azione di riduzione, ma non ho capito se sono documenti separati o se si tratta di un unico atto da poter trascrivere in una sola seduta.
      In particolare:
      Deve prima essere redatto un documento (o atto) di acquiesenza che il legittimario pretermesso deve sottoscrivere, immagino sempre davanti al notaio o pubblico ufficiale, e poi successivamente redigersi un altro documento/atto relativo alla rinuncia all’azione di riduzione (richiedendo quindi una successiva visita dal notaio da parte del legittimario pretermesso) oppure si puo’ risolvere il tutto in un’unica “soluzione” ?

      In ultimo, dato che poi l’obiettivo finale sarebbe per me quello di vendere un immobile dello zio, la domanda che mi pongo (e le pongo) sarebbe:
      In tale situazione, lei come Notaio per poter dare “il via libera” ad un suo cliente all’acquisto di tale immobile richiederebbe la presenza di entrambi documenti/atti (acquiescenza + rinuncia azione di riduzione) o basterebbe la semplice acquiescenza?

      Grazie.

      • notaio ha detto:

        Ripeto: l’acquiescenza comporta anche rinuncia all’azione di riduzione quindi è un unico atto. Se poi nell’atto di acquiescenza è dichiarata espressamente anche la rinuncia all’azione di riduzione tanto meglio.

    • Piccoletta ha detto:

      Buona sera,

      Dopo il decesso di nostra madre, mio fratello ed io, siamo diventati proprietari al 50% (25% a testa) della casa di famiglia. L’altro 50% è di proprietà di nostro padre (ex-coniuge). I nostri genitori sono divorziati e la casa (all’epoca di proprietà al 50% tra loro) è stata assegnata a nostra madre con sentenza di un giudice. Assegnazione confermata in sede di divorzio: in cambio di poter continuare a vivere nella casa “coniugale” nostra madre ha rinunciato a rivendicare ulteriori diritti pecuniari nei confronti di nostro padre.
      Lui ha vissuto in totale 5 anni in quella casa, e non ci ha messo piede per circa 15 anni. Per noi quella è la casa di nostra madre e ci siamo legati a livello affettivo.
      Nostro padre sta rivendicando il diritto di abitare in quella casa, ma per noi questa scelta è inammissibile. Esiste un modo per impedirgli di prendere possesso della casa, o obbligarlo eventualmente alla vendita della stessa?
      In caso non si possa impedire la sua istallazione e che lui si opponga alla vendita, c’è un modo per obbligarlo a pagarci la quota parte di quello che potrebbe essere un’affitto o il riscatto del nostro 50%?
      Una volta preso possesso della casa, noi saremmo ovviamente impossibilitati ad usufruirne, visti i rapporti non buoni con lui.

      La ringrazio infinitamente per il tempo che mi ha dedicato. Grazie in anticipo per la sua risposta e mi scuso se non sono stata chiara nello spiegare la situazione.
      Un cordiale saluto.

      • notaio ha detto:

        La assegnazione della casa coniugale non è un diritto reale e si estingue con la morte del beneficiato. Ora siete proprietari in comunione ordinaria e le soluzioni sono quelle classiche: acquisto volontario di una quota dall’altro, vendita a terzi d’accordo tra le parti e divisione del ricavato, divisione consensuale se possibile, divisione coattiva con vendita all’asta dell’immobile dal Tribunale, .

        • Piccoletta ha detto:

          Grazie infinite per la sua risposta.
          Al momento della separazione, i beni all’interno della casa sono stati divisi, e nostro padre è proprietario solo delle mura, e non dei mobili e gli altri addobbi interni alla casa.
          Purtroppo la casa non è divisibile, e nostro padre adesso pare voglia renderla la sua residenza principale.
          Se non ci mettiamo d’accordo, perché lui vuole viverci e noi per esempio vendere: come possiamo fare?
          C’è un modo legale per impedirglielo e obbligarlo alla vendita? Nessuna delle parti ha le possibilità economiche per riscattare quella dell’altro: non rischiamo di fare muro contro muro?
          Se lui vuole viverci e non possiamo impedirglielo, possiamo per esempio reclamare il pagamento dell’affitto almeno per il nostro 50%?

          Grazie infinite per la sua disponibilità, un saluto cordiale.

          • notaio ha detto:

            Se non riuscite a raggiungere un accordo dovete rivolgervi al giudice per ottenere la divisione giudiziale. Se il bene non è divisibile il giudice potrà ordinarne o l’assegnazione a favore di uno dei coeredi con pagamento del conguaglio a favore degli altri oppure la vendita ed in tal caso, il ricavato verrà ripartito pro quota a favore dei condividenti. Cari saluti ed auguri

    • Anna del brocco ha detto:

      Nel 2013, quindi con la separazione in atto. Ora da ottobre lui è andato via di casa, ma ho scoperto che mio marito, in caso di mia morte, è erede e rientrerebbe a casa. Stiamo facendo.la richiesta direttamente per il divorzio, perché lui è consenziente, ma nel frattempo ho pensato di donare la casa amio figlio che è minore, con usufrutto, con l’autorizzazione.del.giudice alla nomina di un tutore. La mia domanda è……possibile che una casa ereditata da mio padre, donata a me con atto notarile, deve finire in mano ad un estraneo? È vero che dopo il divorzio lui non avrebbe più diritto? E quindi la donazione.a.mio figlio non sarebbe necessaria? E se la donassi a.mio figlio, con usufrutto, è vero che lui non avrebbe più nessun diritto se non in caso di morte anche di.mio figlio? E se invece se la riprendesse mio padre, lui potrebbe opporsi? Insomma, mi occorre un escamotage per fare in modo che non rientri più in casa, perché si.trova adiacente.a quella dei mei con i quali lui non ha buoni rapporti.sono disoccupata, per cui escludo una compravendita. Anticipatamente ringrazio.

    • alfredo.1972 ha detto:

      Buongiorno,
      vorrei porgerle una domanda.
      la pensione di reversibilità dell’ex coniuge divorziato dopo la morte si calcola sulla base dell’assegno divorzile o sulla base della pensione del coniuge deceduto.
      chiarisco con un esempio:
      se muore mio ex marito, ed fino ad ora io percepivo 500 euro di assegno divorzile a fronte di una sua pensione di 1500 in totale, la reversibilità si calcola sulla base dei 500 euro o dei 1500?
      le domando questo poichè so che il divorzio comporta la cessazione degli effetti civili del matrimonio quindi non mi era ben chiaro.
      questa infine, la richiesta, è una pratiche può fare anche il notaio?
      grazie anticipatamente per il tempo che dedicherà(se lo troverà) al mio quesito e soprattutto per la chiarezza del suo blog.
      Distinti Saluti
      Alfredo D.,
      Pescara, 19/01/02018,

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