• La giustizia spettacolo. Riflessioni di un ex magistrato

    giustizia spettacolo innocenteNei miei lunghi anni in magistratura ho sempre mantenuti ben chiari nella mia mente i principi a cui generazioni di giuristi italiani sono stati formati, e che ci venivano continuamente ripetuti nelle lezioni universitarie, nei corsi di formazione, dai magistrati con più anzianità, e financo nelle sentenze e nei provvedimenti giurisdizionali, primi tra tutti quelli della Suprema Corte di Cassazione.

    Mi riferisco, in breve, ai principi universali che nessun imputato può essere considerato colpevole fino alla sentenza definitiva, che al colpevole non deve essere assolutamente inflitta alcuna pena di alcun genere al di fuori di quella strettamente prevista dall’ordinamento, che sia molto meglio che mille colpevoli non vengano condannati purchè non sia condannato un innocente.

    Principi di civiltà, non solo giuridica, ma anche morale, umana e cristiana, in base al quale il giudice deve fare strettamente il suo lavoro, non essendo autorizzato dalla legge ad emettere giudizi di carattere morale, bensì ad applicare strettamente la normativa a cui deve obbedire.

    Quando mi ricordavano i “grandi poteri” del magistrato, io ho sempre decisamente negato, perché il giudice scrupoloso non ha in realtà potere alcuno: deve osservare pedissequamente il disposto delle legge, che gli piaccia o no. Il “potere” nasce quando si comincia a spaziare nell’interpretazione delle norme e si crede quindi possibile valutarle ad libitum secondo un’ ampia gamma di ipotesi. Ma il magistrato scrupoloso che ricerca attentamente il significato delle norme vede che in realtà questo potere discrezionale non esiste.

    Il video mediatico di Bari

    Il caso specifico che ci spinge a scrivere queste righe è una vicenda occorsa a Bari in questi giorni, molto riportata dai quotidiani e dai mass media. Si sta indagando su una ipotesi di corruzione nell’amministrazione del teatro Petruzzelli di Bari. Gli investigatori sostengono di aver filmato con delle telecamere nascoste il momento della dazione di denaro da parte dei corruttori ad un funzionario di quella celebre istituzione culturale.

    Ebbene, i fotogrammi della consegna della busta sono stati montati in un trailer affascinante, mediante l’uso di dissolvenze,  scene al rallentatore, immagini ritraenti il teatro Petruzzelli, musica classica di sottofondo. Insomma un vero e proprio telefilm, montato con caratteristiche professionali, e che al momento in cui si scrivono queste parole è ancora visionabile su YouTube, poi diffuso ai giornali e ai mass media, suscitando ovviamente le ferme proteste degli avvocati penalisti di Bari.

    Ha protestato sia la Camera penale di Bari che l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione delle Camere Penali Italiane, stigmatizzando ironicamente la “professionalità” del montaggio video, la deliziosa colonna sonora di musica classica, gli stacchi visivi, con i quali è stato sottoposto a gogna mediatica un indagato mediante un filmato propagandistico, prima ancora che i difensori potessero avere conoscenza dei fatti di causa.

    Con il presente scritto intendo associarmi alle perplessità degli avvocati delle Camere Penali e degli avvocati penalisti italiani tutti e svolgere alcune mie personali riflessioni:

    Violazione del segreto delle indagini preliminari

    C’è, o non c’è, la norma che vieta di far uscire dalle carte delle indagini preliminari qualsiasi notizia di qualsiasi genere? Se esiste ancora, perché non vengono individuati gli autori della violazione del segreto, processati e puniti? Fosse anche un’iniziativa del Procuratore della Repubblica, il che mi sembrerebbe però davvero abnorme, rammentando che  anche il Procuratore della Repubblica è soggetto alla stessa legge dei comuni cittadini.

    Violazione della parità della difesa

    Già gli avvocati hanno ragione a eccepire che la parità tra l’accusa e la difesa rimane in Italia una petizione di principio, perché le indagini troppo spesso vengono compiute cercando solo gli elementi a carico, e trascurando gli elementi a favore dell’innocenza del sospettato, ma qui ci troviamo di fronte ad una discrasia abnorme.

    Come è possibile che per gli elementi a carico del sospettato sia possibile informarne la pubblica opinione, mentre tutti gli altri elementi rimangono rigorosamente segreti al sospettato ed ai suoi difensori?

    Cosa succederebbe se l’indagato venisse a conoscenza di qualche elemento a suo favore e lo comunicasse ai mass media mediante una conferenza stampa? L’esperienza insegna che sarebbe punito immediatamente, magari con un provvedimento restrittivo, essendo considerabile questa eventuale iniziativa un inquinamento delle prove. Perché mai invece ciò deve essere permesso solo per gli elementi dell’accusa, che spesso vengono enfatizzati in conferenze stampa , con articoli di giornale e, ora, con un video hollywoodiano?

    Danno irreparabile

    Chi ci dice che effettivamente quella busta che nel video si vede passare di mano contenga del danaro o non, piuttosto, il curriculum per l’assunzione di una cugina dell’interlocutore? Non è certo un pacco di banconote, perché se c’è del denaro in quella busta deve essere ben poco. Lo dirà comunque la eventuale Corte giudicante.

    Ebbene, se poi nel corso del processo il sospettato verrà considerato innocente e si scoprirà che quella dazione della busta era un fatto normalissimo, spiegabile con ben altri motivi, chi restituirà l’onore e la dignità al soggetto sbattuto in prima pagina nei giornali come un mostro? Si tratta di un danno irreparabile nei confronti di una persona ancora innocente, una pena certamente non prevista dal nostro ordinamento, che diventa un vulnus gravissimo e stridente nei confronti della civiltà giuridica qualora poi un giorno venisse accertata la sua completa estraneità dei fatti.

    Ignoro ovviamente tutto del caso specifico che mi ha spinto alle presenti riflessioni, ma quante volte processi che hanno appassionato l’opinione pubblica, resa colpevolista da un siffatto modo di procedere, si concludono con clamorose assoluzioni? Assoluzioni che, in realtà, non sarebbero affatto clamorose, ma lo sono nei confronti di una opinione pubblica fuorviata dall’utilizzo spettacolare dei mezzi di accusa.

    Danno ingiusto

    Ma il danno è ingiusto anche nei confronti di chi viene poi definitivamente condannato come colpevole. Attaccare e distruggere la dignità e l’onore di una persona è una pena non meno grave della detenzione in carcere. Io ritengo che tutti coloro che venissero considerati colpevoli dopo aver ricevuto una gogna mediatica nell’opinione pubblica dovrebbero essere esenti da pena, perché la pena l’hanno già ricevuta.

    Anticipata espiazione di pena

    Un po’ di tempo addietro fece notizia una indagine a carico di un chirurgo dell’Ospedale Civile di Pescara il quale venne accusato di aver asportato un organo dal corpo di una persona deceduta per rivenderlo al mercato degli organi.

    Una vicenda che generò uno scalpore internazionale, e ne parlarono i giornali e i telegiornali di tutto il mondo, dalla Finlandia fino alla Città del Capo, dalla Siberia fino alla California (ledendo, tra l’altro, anche il prestigio del nostro Paese all’estero). Si scoperse poi che l’organo era regolarmente al suo posto, solo che la prima autopsia era stata fatta da un medico  che non si era accorto che l’organo era lì, al suo posto, ancorché piccolo e atrofizzato.

    Chi compenserà l’innocente dall’orrore in cui è stato trascinato dalla diffusione degli elementi a suo carico? Ripeto: la gogna mediatica è una pena ben superiore a quella prevista dal codice penale e gli assassini non sono solo quelli che uccidono la carne, ma anche quelli che uccidono la dignità, l’onore, il rispetto nei confronti di una persona che ha compiuto il suo dovere.

    Senza contare, in quel caso specifico, la superficialità e pericolosità dell’indagine, perché se l’indagato non fosse riuscito ad ottenere una seconda autopsia ed il cadavere non fosse stato quindi per questo fine adeguatamente conservato egli avrebbe potuto essere, ancorchè innocente, condannato.

    Pressione sul giudicante

    Se il sospettato venisse a conoscenza (o avesse per conto suo) elementi a suo favore e li pubblicizzasse con comunicati, conferenze stampa, e notizie ai giornali, come dicevo prima, sarebbe subito accusato di compiere un reato e la sua posizione si aggraverebbe per l’inquinamento delle prove.

    Tale valutazione non sarebbe del tutto campata in aria, perché la pressione nei confronti dell’opinione pubblica modifica la percezione dei cittadini sulla innocenza o colpevolezza del singolo indagato. Presentarsi a un processo con un’opinione pubblica favorevole che considera l’indagato innocente, pronta a criticare nei giornali e nei mass media la corte che eventualmente lo condannasse è un elemento effettivo e reale. Ma lo stesso deve dirsi per l’operazione contraria e cioè la formazione di un’opinione pubblica colpevolista. I giudici, all’interno della camera di Consiglio, non possono non sentire le pressioni da un lato e dall’altro lato.

    Per fortuna, come mia sicura opinione, la totalità dei giudicanti resiste a ogni forma di pressione perché si rende conto che quelle carte che hanno in mano rappresentano delle vite umane, sicché maneggiarle superficialmente o per influenze umane costituirebbe un tradimento gravissimo dei loro compiti.

    Abbiamo, grazie a Dio, in Italia una categoria di magistrati giudicanti nei confronti dei quali si possono dire pure tutte le cose peggiori, ma che certamente non si macchierebbero la coscienza a cuor leggero con la condanna di un innocente.

    Ma questa pressione esiste anche, e oggi principalmente, in senso colpevolista, perché montare l’opinione pubblica in senso “forcaiolo” contro il singolo sospettato costituisce una indebita, sia pur indiretta, “suggestione” nei confronti della corte giudicante.

    Quando l’opinione pubblica si aspetta che un determinato soggetto venga condannato, la sua eventuale assoluzione semina sconcerto e proteste. Ecco perché molte volte quando viene assolto qualche personaggio, già considerato colpevole, i giornali titolano che per lo specifico fatto la corte avrebbe deciso che “non c’è alcun colpevole” . La frase, terribile nella sua concettualità, discende dal fatto che  per l’opinione pubblica il colpevole era quello specifico soggetto, non altri, sicché l’assoluzione viene interpretata come atto di volontà della Corte giudicante di non dare giustizia.

    Mentre la Corte ha semplicemente l’obbligo di stabilire se il determinato indagato – per esempio – ha ucciso o meno . Nessuno pone in dubbio che il delitto ci sia stato, ma se viene presentato di fronte al Tribunale un soggetto che non è colpevole, la Corte deve dichiararlo innocente, e con ciò non proclama affatto che non esiste nessun colpevole ma dichiara che quella persona specificamente tratta a giudizio non è  l’autore del reato.

    Ormai sembra evidente che le sentenze “coraggiose” non sono più quelle che condannano l’imputato, bensì quelle che lo assolvono!

    L’interesse mediatico

    Gli avvocati delle camere penali baresi e l’Osservatorio nazionale hanno parlato nel caso specifico di una finalità “autoincensatoria” . Ritengo che le motivazioni che stanno alla base di queste plateali violazioni della legge andrebbero esaminate, approfondite,  e corrette dal nostro legislatore. C’è un dato di fatto, e che cioè queste manifestazioni di carattere mediatico procurano determinati vantaggi per qualcuno.

    Ci sono promozioni, vantaggi di carriera, prestigio all’interno dell’organismo cui si appartiene, o comunque, molto banalmente, una gloria di carattere personale che può ridondare in molteplici rivoli di varia utilità. Basti pensare alla partecipazione ai talk show televisivi, che hanno pur sempre un gettone di presenza. Senza contare eventuali carriere politiche nascenti dalla acquisita notorietà mediatica.

    Un arresto brillante, un operazione investigativa che finisce sulle prime pagine dei giornali è sempre un vantaggio per la persona che l’ha compiuta, vantaggio che viene acquisito immediatamente, e certamente, quando dopo dieci anni di processo, l’indagato viene ritenuto innocente, nessuno si ricorderà più dei fatti di dieci anni prima, le promozioni non verranno revocate, i gettoni di presenza non verranno restituiti. Questo è il punto, come accennavamo, in cui il legislatore dovrebbe intervenire.

    I giornalisti

    Rammento che non molto tempo fa la questione salì all’attenzione del nostro Parlamento, che credette, sbagliando gravemente, di prendersela con i giornalisti, stabilendo delle deterrenze per la pubblicazione e la diffusione di questi fatti.

    Niente di più sbagliato. I giornalisti non c’entrano nulla. I giornalisti fanno il loro dovere e pubblicano le notizie che vengono loro date. E le notizie, in un processo, sono solo quelle dell’accusa , perché la controparte è all’oscuro delle indagini, e se non lo fosse, non potrebbe comunque parlare.
    Sono perfettamente sicuro che i giornalisti pubblicherebbero da subito, con lo stesso risalto, anche notizie positive sull’indagato, ma se le avessero!

    Compiti del legislatore

    Il legislatore deve intervenire non sugli effetti, ma sulle cause del male, e deve fare in modo che vengano puniti quelli che fanno uscire le notizie, deve fare in modo che i vantaggi costoro non li possano conseguire, che le promozioni siano sospese fino all’accertamento della colpevolezza o meno dell’indagato o alla chiarificazione dei fatti. Anzi, che coloro che avessero superficialmente accusato un innocente siano condannati.

    Si tratta di principi giuridici e morali elementari di ogni civiltà. Massimamente di una civiltà cristiana. Anche i giudici dell’antica Roma punivano quelli che avevano accusato ingiustamente, e con pene severe. Trascurare il fenomeno significa condurre la nostra giustizia ad una decadenza inarrestabile, perchè se il fenomeno si accentuasse  l’attenzione degli investigatori potrebbe diventare differente a seconda se in una determinata indagine vi fosse la speranza di qualche “scoop” mediatico o meno.

    Il delitto, magari grave, ma non suscettibile di grancassa pubblicitaria correrebbe il rischio di non avere la stessa attenzione del delitto meno grave, ma che per la caratteristica dei soggetti coinvolti, o per la materia particolare dei fatti, sia foriero di possibili materiali da montare in un film hollywoodiano.

    notaio Massimo d’Ambrosio

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    La giustizia spettacolo. Riflessioni di un ex magistrato ultima modifica: 2016-01-19T15:08:09+00:00 da notaio



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