• Persona, comunità e giustizia

     

    Al Convegno organizzato a L’Aquila il 9.6.2016 sul tema “Persona, comunità e giustizia” il notaio Massimo d’Ambrosio ha trattato alcuni temi cruciali del nostro ordinamento come l’aborto, le intercettazioni, le unioni civili e le leggi bancarie alla luce dell’art. 2 della Costituzione. Di seguito la trascrizione dell’intervento che potete ascoltare nel video sopra riportato

    I principi dell’art. 2 della Costituzione

    L’articolo 2 della Costituzione è la proclamazione di un principio cardine, forse il più importante dell’assetto costituzionale, che avrà numerose estrinsecazioni nello stesso testo costituzionale, come all’articolo 5 – gli enti politici territoriali, l’articolo 6 – le minoranze linguistiche, all’articolo 8 – le confessioni religiose, l’articolo 18 – le associazioni e così via, con gli articoli 21, 33 comma 1, 33 comma 3, 33 comma 6, 39 49.
    Si tratta dell’affermazione del principio personalistico che colloca la persona umana nella sua dimensione individuale al vertice dei valori costituzionalmente garantiti. L’articolo 2 prosegue anche con l’affermazione del principio pluralistico, in quanto la persona è parte integrante della comunità, e del principio solidaristico secondo il quale ogni cittadino ha il dovere di operare a vantaggio della comunità partecipando alla vita politica, economica e sociale del paese, ma entrambi questi ultimi due principi, riconosciuti come essenziali, sono preordinati al primo, all’inviolabilità dei diritti dell’uomo, del singolo, della persona.
    Si tratta di un principio naturale, tant’è che all’articolo 2 si afferma che la Repubblica “riconosce” i diritti inviolabili dell’uomo, diritti naturali quindi, non creati dallo Stato, ma ad esso preesistenti, sicché a questo articolo fanno capo anche i diritti non espressamente citati nel testo costituzionale, quali ad esempio il diritto di vivere, di parlare, di procreare.
    Il principio personalistico costituisce la massima espressione della tutela dei diritti dell’uomo, che non a caso vennero dichiarati come “inviolabili” dopo una lunga discussione all’assemblea costituente. Venne scelto il termine “inviolabili”, proprio perché quello con maggiore riferimento all’esistenza di diritti della natura umana, che la Costituzione ammette come preordinati e antecedenti anche a se stessa.
    Non bisogna infatti dimenticare che la Costituzione della Repubblica, approvata e promulgata nel ’47, aveva dietro alle spalle la tragedia della guerra e della dittatura, che aveva conculcato proprio i diritti essenziali della persona umana in maniera spesso tragicamente drammatica.
    Ma non fu solo reazione al totalitarismo, perché il testo dell’articolo 2 è il frutto della ispirazione cattolica dei componenti dell’assemblea costituente, ancorché mediata con principi socialisti.
    Il personalismo di ispirazione cristiana, che la legge fondamentale dello Stato ha riconosciuto all’articolo 2, era già stato elaborato in un documento programmatico tenutosi nel ’43 nel monastero di Camaldoli ad opera dei più attivi giovani della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (la FUCI), che miravano già allora a stabilire le linee dello sviluppo futuro del paese, una volta finita la guerra.
    Ho avuto modo di ascoltare, alla FUCI romana in piazza Sant’Agostino, in fondo non moltissimi anni dopo, la ricchezza dei valori compendiata nei 99 punti del testo del Codice di Camaldoli dalla viva voce di alcuni dei partecipanti a quegli incontri di studio, Mario Ferrari Aggradi, Paolo Emilio Taviani, Giorgio La Pira, e Aldo Moro.
    Scopo dichiarato dell’articolo 2 della Costituzione era appunto proclamare l’anteriorità dei diritti fondamentali dell’uomo rispetto ad ogni istituzione politica o umana e a ogni potere costituito, sancendo il valore primario della dignità umana, e considerando i diritti della persona alla stregua di valori supremi determinatamente validi, sottratti all’effimero gioco della politica, e non modificabili, e non eliminabili, neppure dal potere di revisione costituzionale.
    Certamente il testo venne accettato e approvato anche da Togliatti, ma mi si consenta di ribadire che il filo conduttore del principio personalistico deriva dalle grandi dispute teologiche dei primi secoli dell’era cristiana, in cui l’uomo, la persona, veniva elevato a soggetto assolutamente unico, centro di una autodeterminazione che è finalizzata anche allo stabilire con gli altri un rapporto di reciprocità solidale, risaltando come soggetto libero e consapevole del proprio destino, della propria storia e in grado di saldare l’elemento interiore all’elemento esteriore.
    Ed è anche in questo rapporto con gli altri, sempre sancito dall’articolo 2 della Costituzione che si rinvengono le linee conduttrici del solidarismo di ispirazione cattolica, che prosegue poi – tra l’altro – nel ruolo riconosciuto alla famiglia fondata sul matrimonio (articoli dal 29 al 31), al dovere e diritto dei genitori di istruire e educare i figli, al riconoscimento della salute, in base al quale un determinato trattamento sanitario non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Tutti elementi che si dipartono dall’articolo 2 della Costituzione, e sono estremamente indicativi della concezione cristiana presente nella nostra costituzione.
    La persona non è un oggetto, e l’uomo non può essere trattato come un oggetto. Questo è il principio che emana dall’articolo 2 della Costituzione: baluardo contro ogni possibile manipolazione fisica, morale della persona e della sua dignità, ahimè destinato ai nostri tempi a vacillare.
    Da notare che la nostra Costituzione ha rifiutato le formulazioni degli articoli che trattavano dei diritti delle formazioni sociali, e ha preferito, con l’articolo 2, esprimersi con un principio singolaristico perché la formazione sociale è una conseguenza del diritto inviolabile dell’uomo, il quale suscita naturalmente, assieme ad altri una società di persone in cui le strutture, i costumi, i sentimenti e i diritti giuridici siano contraddistinti dal riconoscimento della qualità di “persona” .
    Spesso viene dimenticato che ciò che la Costituzione “riconosce” è quindi sempre ed esclusivamente l’individuo, cioè l’uomo, i cui diritti sono riconosciuti “sia come singolo sia nelle formazioni sociali” si noti la preposizione articolata “nelle” in quanto le formazioni sociali sono espresse nella Costituzione come un involucro in cui l’uomo realizza la sua personalità, che non può essere lesa o violata neanche all’interno delle formazioni sociali in cui ha deciso volontariamente di situarsi. Formazioni sociali cioè che non possono avere il diritto di negare la qualità di persona al suo componente.
    Norme particolari della Costituzione enumerano poi quali sono le “formazioni sociali” all’attenzione del legislatore costituzionale. Vengono previste le minoranze linguistiche (art. 6) le confessioni religiose (artt. 8, 19 e 20) le associazioni (art. 18), la famiglia (artt. 29 e 31), la scuola (artt.33, 34) , i sindacati (art. 39), le comunità di lavoratori e utenti (art.43) le cooperative (art. 45), i partiti politici (art. 49).
    Certo l’articolo 2 della Costituzione costituisce una sfida in quanto di esso occorre riappropriarsene continuamente, promuovendone la sua piena realizzazione perché non è facile contemperare i diritti inviolabili dell’uomo nelle varie prospettive legislative. Non a caso si è acceso da tempo il dibattito se l’articolo 2 costituisca una clausola chiusa o aperta e cioè se esso costituisca un’affermazione dei generali principi di diritto naturale che abbiamo dinanzi tratteggiato, oppure uno strumento ermeneutico da utilizzare per legittimare sul piano giuridico l’enucleazione di nuove fattispecie sempre diverse. Ed anche se la Corte Costituzionale ha ondeggiato spesso tra queste due ipotesi, personalmente non ritengo la distinzione così all’antitesi, perché anche i fautori della clausola “ chiusa” non hanno mai dichiarato che la norma debba essere letta solo nei confronti dei diritti costituzionalmente positivizzati, ma anche come un rinvio ai diritti che la tradizione tramanda come essenziali della persona umana e ad essa connaturati. Escludendo solo che la norma possa essere arbitrariamente adoperata per legittimare scelte di politica del diritto che nulla hanno a che vedere con i diritti preesistenti alla Costituzione stessa, o che, magari, si pongono in contrapposizione a quei diritti.
    Certamente non si può non riconoscere che il principio personalistico della Costituzione ha bisogno di attente e responsabili riflessioni, per tradurlo in scelte e atti quotidiani, in norme, in leggi, senza che le scelte si discostino dai diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti come preesistenti dalla carta Costituzionale e il cui rispetto prepara l’avvenire di tutti.

    Alla luce del quadro da me tracciato mi si consenta di enumerare taluni di questi momenti difficili cui hanno fatto seguito delle scelte di politica legislativa che, nella qualità con la quale sono stato invitato a questo incontro, ritengo suscitino più di una perplessità.

    L’inviolabilità del diritto alla vita. Aborto

    La vita è il primo diritto dell’essere umano, riconosciuto come tale anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e inserito in tutti i documenti nazionali ed internazionali di portata generale, come, ad esempio, lo Statuto dell’ONU. Il diritto alla vita ha un valore assoluto, ed è il diritto che chiama tutti gli altri diritti. Discettare e decidere quando, in che momento, il feto umano che ha sin dalla sua immediata formazione un’esistenza autonoma e originale, ancorché legato alla vita della madre, diventi una persona è inammissibile, perché nega l’inviolabilità assoluta del diritto alla vita. La determinazione legislativa che attribuisce al concepito un determinato momento in cui deve essere considerato “persona” e quindi tutelato, permettendone la soppressione nel momento precedente, è una mostruosità giuridica che non è solo lesiva dell’articolo 2 della Costituzione, ma, in quanto lesiva di un diritto inviolabile preesistente, è un’offesa all’umanità, alle tradizioni italiane, ed anche al buon senso, perché è evidente a tutti che la determinazione del momento in cui attribuire al concepito la tutela è solo frutto di una volontà politica senza alcun retroterra scientifico.

    Le unioni civili e il matrimonio

    Una recente legge ha espressamente definito il rapporto tra persone dello stesso sesso come una specifica “formazione sociale”. L’utilizzo delle esatte parole dell’articolo 2 della Costituzione ha un chiaro significato di voler superare in anticipo i problemi di incostituzionalità della norma in rapporto al matrimonio tra persone di sesso diverso. Si tratta di un meccanismo con i piedi di argilla, perché anche riconoscendo il ruolo di formazione sociale al rapporto continuativo tra persone dello stesso sesso, è dubbio, a mio avviso, che si tratti di una di quelle formazioni sociali che l’articolo 2 della Costituzione riconosce come portatrici di diritti inviolabili e cioè, come visto prima, di diritti naturali preesistenti alla stessa Carta Costituzionale.
    Ovviamente qui non si vuole contestare una previsione di legge che regoli diritti e doveri reciproci di chi ha scelto di vivere un rapporto stabile e continuativo assieme, coabitando sotto lo stesso tetto, e neppure si ritiene debba essere ostacolato a chiunque il diritto di realizzare nella sua vita di relazione la propria identità e libertà sessuale.
    Anzi personalmente riteniamo che la legge non avrà nella società italiana neppure un impatto sostanziale rilevante, come è provato dal flop dei registri delle unioni civili che molti Comuni hanno spontaneamente istituito, e che spesso sono stati costretti a chiudere per insufficienza di “adesioni”
    Il problema costituzionale a mio avviso è quello di aver regolato in maniera per quanto possibile uguale due “formazioni sociali” completamente diverse, e cioè quella fondata sul matrimonio e quella fondata sul rapporto stabile tra persone dello stesso sesso.
    Sembra infatti che il legislatore abbia voluto perseguire per quanto possibile l’identità tra le due fattispecie, sicché il danno sarà nell’elemento psicologico delle future generazioni, per le quali non sarà più ben chiaro il concetto di “famiglia”, concetto che è invece espressamente tutelato dalla carta costituzionale.

    Rispetto della privacy. Intercettazioni

    Un altro punto costituzionalmente garantito (anche) dall’articolo 2 della Costituzione è quello del rispetto delle conversazioni private sia a mezzo telefono che a mezzo corrispondenza.
    Le indagini penali oggi si svolgono prevalentemente tramite intercettazioni. Una massa enorme di conversazioni private confluisce (costosamente) negli archivi delle Procure della Repubblica di tutta Italia. Questi dati sono frequentissimamente resi pubblici. Dati che interessano l’indagine penale ma anche dati che non interessano affatto l’indagine penale. E la diffusione delle notizie personali colpisce gravemente la dignità della persona umana, lede dei diritti naturali inviolabili elementari.
    Tutta questa enorme massa di dati, in quanto semplicemente facente parte delle indagini, dovrebbe essere segreta. Ma non lo è. Tutti i dati che non riguardano l’indagine penale dovrebbero essere cancellati o distrutti, ma così non accade.
    Ha fatto scalpore alcuni giorni fa la diffusione di un video relativo ad una indagine per un sospetto caso di corruzione al teatro Petruzzelli di Bari diffuso a tutti gli organi di stampa e montato con incredibile professionalità. Frammenti di video e di intercettazioni, musica classica e immagini suggestive, effetti e transizioni tra le scene di alta tecnica: una lesione della dignità personale dell’uomo contro cui giustamente l’avvocatura associata ha protestato. E qui non consideriamo poi l’ipotesi in cui il sospettato possa essere poi dichiarato innocente, perché in tal caso la gravità del fatto sarebbe inimmaginabile.
    Invero il dibattito politico sul punto si è aperto, se ne è tanto discusso e se ne discuterà, perché la lesione della dignità del diritto inviolabile dell’uomo è evidente, ma con un taglio sbagliato, perché il problema non è quello di impedire, magari con pene severe, che i giornalisti pubblichino delle notizie che hanno ricevuto, in quanto è evidente l’obbligo professionale del giornalista a fornire le notizie che conosce. Il vero problema da affrontare è impedire che le notizie riservate raggiungano i mass media. Impedire che qualcuno, prima delle diffusione, violi il diritto inviolabile dell’uomo garantito dall’articolo 2 Cost.

    Le leggi bancarie a danno del debitore

    Ultima notazione, brevissima, è relativa al tema che è stato trattato nel recentissimo convegno nazionale dell’Associazione Italiana Notai Cattolici che si è svolto il 13-14 maggio ad Assisi. Mi riferisco al proliferare indiscriminato di leggi bancarie che sottraggono tutele giurisdizionali al cittadino. Ben cinque, e in meno di un anno, tutte importanti le leggi emanate all’improvviso, certo senza sufficiente coscienza dell’opinione pubblica, salvo uno sprazzo episodico di una determinata contestazione, poi rientrato.
    Mi riferisco al Decreto Legge 83/15, in base al quale la banca può iniziare l’esecuzione forzata senza ricorrere al giudice per beni oggetto di donazione, fondi patrimoniali, trust e vincoli.
    Mi riferisco alla legge 28 dicembre 2015 n. 208 sul leasing abitativo, che tutti dichiarano panacea di ogni male perché evita l’ipoteca e la procedura esecutiva, dimenticando di mettere in luce che ciò succede perché il bene è già della banca.
    Mi riferisco al prestito vitalizio ipotecario in cui si ammette il baratto della propria casa costruita o acquistata con decenni di sacrifici per una somma (modesta). Anche se, ovviamente, in taluni casi particolari di parenti egoisti e di badanti avvenenti la legge può anche avere un senso. Mi riferisco al Decreto Legislativo di recepimento della direttiva UE n. 17/2014, che ha spazzato via il divieto del patto commissorio, mortificando le norme a tutela del debitore e togliendogli la garanzia giurisdizionale, e tutto ciò in base a un supposto adeguamento a norme comunitarie, il cui riscontro però è altamente dubbio.
    Mi riferisco al Decreto Legge 35/2016 n. 59, che fa passare definitivamente l’ipoteca fuori di moda perché consente a chi ha bisogno di soldi di accettare l’immediato trasferimento della propria casa alla banca, la quale la potrà vendere immediatamente in caso di inadempimento. Anche qui, come in tutte le altre leggi, saltando a piè pari la tutela giurisdizionale e tutte le norme a difesa del debitore, che, specie nel momento in cui ha bisogno di danaro, è il soggetto più debole.
    Non a caso, appena pochi giorni fa, sabato scorso, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Maddalena, in un suo discorso a Roma, dopo aver precisato di parlare “in adempimento di uno specifico inderogabile dovere, quello dell’art. 2 della Costituzione che pone come fine essenziale della Repubblica lo sviluppo della persona umana e i diritti dell’uomo…..” ha ricordato che la “modifica della Costituzione serve alle multinazionali, alle banche, alla finanza” dichiarando in conclusione che “l’ordinamento giuridico italiano, che ancora era fondato sulle norme costituzionali, dai periodi di Berlusconi in poi ha ceduto alla pressione della finanza”.
    Ma non voglio annoiarvi ulteriormente, qui mi preme solo sottolineare i miei dubbi sul cambio totale di prospettiva del nostro ordinamento giuridico, in precedenza orientato alla puntuale difesa del diritto del cittadino, alla protezione del più debole, al rispetto dei diritti soggettivi individuali elementari, mentre ora la persona, nel nuovo taglio del nostro ordinamento, viene ad essere considerata sempre più non il centro di diritti inviolabili da garantire, ma tutt’al più l’ingiustificato e temporaneo detentore di ghiotte occasioni immobiliari.

    notaio Massimo d’Ambrosio

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    Persona, comunità e giustizia ultima modifica: 2016-06-11T09:45:10+00:00 da notaio



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